Vietato parlare male dei profughi, andranno definiti “meridionali”

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È di stretta attualità, in Germania, il tema del controllo dell’informazione. Fa discutere, in particolare, la copertura mediatica degli eventi legati al terrorismo e delle violenze commesse da cittadini immigrati che emergono dalle statistiche (profughi, rifugiati o richiedenti l’asilo di fede musulmana in primis). Negli scorsi giorni il ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas (vedi SUGGERITI) ha presentato una proposta di legge per cancellare i post d’odio dai social media. C’è chi teme però, che dietro alla manovra, nell’anno in cui la Germania rinnova i propri poteri, vi sia una chiara politica censoria da parte del Governo. Pubblichiamo un articolo eloquente a firma di Andy Schneider uscito in Primo Piano sul Corriere del Ticino lo scorso 7 marzo che tratta esattamente questo tema.

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Il 25 febbraio scorso, a Heidelberg, un 35 enne alla guida di un’automobile a noleggio, al Bismarkplatz, ha investito deliberatamente alcune persone che camminavano in strada, uccidendo un uomo e ferendo altre due persone. Alla luce dei fatti si è subito pensato a un attentato terroristico molto somigliante a quello di Berlino. La polizia di Mannheim, in un post su Facebook e Twitter (dove si è presto parlato di un uomo di fede islamica), è stata tuttavia solerte nello spiegare che, «una volta per tutte: il sospetto è un tedesco senza origini migratorie». Una verità cui però fa da contraltare quella cui hanno fatto riferimento alcuni canali informativi «alternativi», come per esempio «Kritische Presseschau», che sempre via social media hanno dato per scontata l’ennesima manipolazione della verità. «L’autore sarà anche tedesco, ma di origine straniera». C’è chi ha parlato di un musulmano convertito: «Perché aveva la barba e ha gridato Allah uh akbar con il coltello in mano? Quale tedesco si comporterebbe così?». Singole testate avrebbero fatto riferimento all’obbligo da parte della polizia di rispettare il «silenzio stampa». Insomma, un quadro a dir poco contraddittorio.

Per chi non vive in Germania è difficile, in effetti, poter capire fino in fondo quanto l’arrivo massiccio dei rifugiati (ben oltre un milione a partire dall’agosto del 2015), frutto della politica delle porte aperte promossa dalla cancelliera Angela Merkel, abbia influenzato negativamene l’opinione pubblica. Per far da contrappeso ai contenuti diffusi dagli organi informativi ufficiali che non sfuggono al controllo dello Stato, sui social media sono nati canali alternativi che la dicono lunga sulla percezione del problema nel Paese (tra autorità e stampa, riguardo ai rifugiati, è stato stretto una sorta di accordo di collaborazione venuto alla luce dopo gli stupri di Colonia). Più di qualcuno parla di vera e propria censura, da qui il termine «Lügepresse» (stampa bugiarda). Tanto che, da qualche tempo, negli articoli dei giornali è sparito il concetto di «Flüchtlinge», ovvero di rifugiati o profughi. Non si parla più di musulmani o di islamici, ma di «Südländer», ovvero di persone del Sud. E dopo lo scandalo del «racial profiling» della polizia, in alcuni carnevali chi ha messo in ridicolo le persone di colore è stato denunciato.

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