Ventimiglia invasa, Caritas non riesce più a vestirli tutti: solo cappuccino e brioche

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I collaborazionisti della famigerata Caritas non riescono più a tenere i tempi dell’invasione nel rifornire l’esercito occupante di vettovaglie necessarie a facilitare la diffusione capillare sul territorio

Ventimiglia – «Da ieri non siamo più in grado di offrire i pasti, solo le colazioni», sospira Maurizio Marmo, il direttore della Caritas. «Le persone continuano a chiedere vestiti, ma anche su questo fronte siamo sempre più in difficoltà».

Le spese sono sempre maggiori, il lavoro dei volontari è super stressante e qualcuno non riesce più a tenere i tempi.

«Proprio oggi – racconta – ci siamo tornati a confrontare con numeri molto, molto alti». Quanti sono, ad aver bussato a quella porta? «Almeno seicento». Considerato che al campo della Croce Rossa sono ospitate in questo momento 450 persone, la somma, pur empiricamente, è presto fatta: almeno un migliaio di migranti è tornato a premere su Ventimiglia. L’ennesimo atto di una vicenda senza soluzioni e senza alternative.

Sono trascorsi due anni dalla protesta dei migranti sugli scogli, i mille giorni in cui i profughi, nell’estate 2015, costruirono un improvvisato accampamento sul mare ai Balzi Rossi, ai due passi dalle antiche strutture della frontiera di Ponte San Ludovico. C’è stata anche la visita di un ministro dell’Interno, qual era allora Angelino Alfano. La promessa: una rete intorno alla città, che avrebbe impedito o almeno rallentato l’arrivo con i treni. Continui controlli per le strade della città, e rimpatri. Il primo tassello, per la testimonianza di chi scrive, non ha mai funzionato. Dal sud e da Milano, a settentrione, gli immigrati arrivano senza alcuna difficoltà sui convogli ferroviari. Fanno regolarmente il biglietto, partono e scendono senza che si siano mai notati particolari controlli. Sulle strade, la notte, si vedono invece due volte alla settimana i pullman della polizia, che caricano chi dorme per le strade, nelle aiuole e soprattutto sul fiume Roia: destinazione, gli hotspot del meridione, Taranto soprattutto. Ma è quello che gli stessi poliziotti chiamano gioco dell’oca: la maggior parte fugge e ritorna e tutto si ripete sempre uguale, all’infinito.
La scorsa settimana, dopo l’ordinanza di sgombero voluta dal sindaco Enrico Ioculano sul greto del fiume, centinaia di profughi hanno dato l’assalto al confine. Nulla da fare: sono stati respinti o riacciuffati dai gendarmi francesi, che li hanno riportati indietro. Consegnandoli ancora una volta alla polizia italiana, che li ha riportati a Taranto. «Da quel momento – spiega il primo cittadino di Ventimiglia – la situazione è tornata più vivibile per qualche giorno».

Ora, però, all’improvviso, i numeri sono tornati a crescere. Siamo arrivati allo stesso livello dell’anno passato, ed è stata un’estate difficile. Siamo pressoché alle cifre del 2015, quando su Ventimiglia si accesero i riflettori delle cronache durante i tre mesi della protesta. La storia si ripete par pari.

Ma pensa. Chi avrebbe mai immaginato che continuando a riempire il secchio da sotto questo si sarebbe riempito e sarebbe scoppiato tenendo il coperchio chiuso? I criminali delle Ong e quelli di Stato pensano che una volta ‘salvati’ sia tutto finito. E’ lì che inizia il dramma. Il nostro.

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