The Donald e le sue contraddizioni

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  • di Alex Angelo D’Addio

A margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di questi giorni, alla stampa convenzionale sembra riguardino soltanto le esternazioni drogate di retorica e di propagandistica attrattività, stante la risonanza concessa agli interventi di Trump e di Macron, forse perché ritenuti in debito di ribalta. Gli spunti di riflessione sarebbero, invece, molteplici, se si evitasse di seguire le indicazioni di rotocalchi e video-giornali di principale diffusione, il cui unico scopo è veicolare l’attenzione collettiva su temi di secondaria portata.

Basti pensare, ad esempio, quanto poca tiratura sia stata dedicata alla vivisezione delle parole dei succitati Presidenti, al loro esordio nel Palazzo di Vetro: piuttosto che evidenziarne l’inconsistenza, il faro mediatico ha preferito illuminarne presunta grandezza – dal lato di Macron – e scandalosa oscenità – nel caso di Trump.

Niente da aggiungere, però, sul fatto che l’inquilino dell’Eliseo abbia riproposto un livello dialettico già collaudato da Barack Obama – la pretesa della centralità del ruolo dell’Europa e il recupero di una rilevanza internazionale da parte della stessa ricordano a naso le giaculatorie dello “Yes, we can!”, per giunta senza nemmeno potersi sobbarcare l’onore economico e programmatico di emulare gli Stati Uniti d’America -, e che l’attuale amministratore della Stanza Ovale abbia sì pregiudicato un’ipotetica validità del suo discorso con le affermazioni guerrafondaie sulla Corea del Nord, ma che le stesse fossero di una vacuità e di una pochezza disarmanti.

Proprio rispetto al neo Presidente statunitense, la sua prima apparizione dinanzi ai membri dell’ONU ha scoperto le carte della sua incoerenza in funzione al programma elettorale che gli ha consentito di trasferirsi alla Casa Bianca, appunto nel totale silenzio di corrispondenti e cronisti. La frenesia di puntare il dito contro Pyongyang, per raccogliere il consenso della comunità internazionale nell’ipotesi di uno scontro atomico, è costata cara alla tanto sbandierata irremovibilità del magnate newyorkese, che sugli argomenti da lui trattati anche nella proposta di agenda presidenziale portata avanti sin dall’inizio della campagna elettorale per le Primarie dei Repubblicani, è apparso incongruente, o perlomeno elusivo.

Procedendo per gradi, la Cina è passata dall’essere un nemico giurato, ad alleato necessario per contenere i fremiti di Kim Jong-un: quasi a volere stemperare i dissapori che hanno incendiato comizi e dibattiti pre-elezione, ove si imputava a Pechino la scorrettezza di inquinare i flussi commerciali statunitensi e mondiali del settore tessile e manifatturiero, a discapito delle esportazioni dei concorrenti. Oggi, invece, i contatti telefonici con Xi Jinping e i moniti ad una maggiore interconnessione tra il colosso asiatico e Washington, vanno per la maggiore, in barba ai proclami di meno d’un anno fa.

Poi, la rottura con l’iniziale approccio isolazionista – che avrebbe dovuto indicizzare la particolarità della governance griffata Trump – è stata segnata dall’allontanamento di Steve Bannon, e dunque ha inevitabilmente posto un freno al principale fra i presupposti di The Donald, ossia mettere definitiva fine alla tracotante necessità ultra-trentennale di esser alfieri di un decisionismo che pianifichi e determini le sorti del Mondo, e liberare dal giogo di un sempre ben celato neo-imperialismo gli alleati atlantisti e, più in generale, il Vecchio Continente.

Inoltre, il protezionismo promosso con furore nei mesi precedenti alla sua investitura è stato addomesticato dalle imposizioni del libero mercato, in cui per un TTIP che esce bistrattato, spunta un CETA occulto e mai esplicitamente dettagliato, che rimarca pure ad ampi tratti il primo. Indipendentemente da quelli che potranno essere i postumi della millesima kermesse diplomatica, l’ONU e Trump hanno già confermato ciò che il post-ideologico ha imposto dal 1989: il furore della socialità comunitaria deve essere subordinato ai pruriti dello status-quo, e la militarizzazione contro i popoli è il mezzo migliore perché questo paradigma si consolidi. Altro che squarcio con la nomenclatura dei palazzi e l’inconcludente operato della politica tradizionale: Trump non solo è organico, ma è anche divenuto schiavo degli automatismi che avrebbe voluto sdoganare; prima della Corea del Nord, dunque, l’urgenza del miliardario dovrebbe essere la riconquista – sempre che ne abbia avuta una – dell’integrità delle sue posizioni.

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