#TERRORISMO: “BARCELLONA È SOLTANTO L’INIZIO. IN EUROPA CI SONO 50MILA JIHADISTI”.. E NON POSSIAMO FERMARLI TUTTI

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Dopo gli attentati di Madrid del 2004, l’Unione europea decise di creare la figura del coordinatore dell’antiterrorismo. Dal 2007, su nomina di Javier Solana, a rivestire l’incarico è Gilles de Kerchove, belga classe 1956 e una vita passata tra Commissione europea e governo del Belgio.

Nonostante sia stato spesso dimenticato dai media anche dopo gli attentati che hanno ferito i Paesi membri dell’Unione europea, il lavoro di questa figura riveste un ruolo primario nel coordinamento alla lotta al terrorismo, tanto che nel 2014, negli orientamenti strategici in materia di giustizia e affari interni, il Consiglio europeo ha voluto ribadire l’importanza del coordinatore antiterrorismo.

Egli deve infatti: coordinare i lavori del Consiglio nella lotta al terrorismo; presentare raccomandazioni al Consiglio e definire i settori prioritari d’azione; monitorare da vicino l’attuazione della strategia antiterrorismo dell’UE; assicurare che l’Unione svolga un ruolo attivo nella lotta al terrorismo e migliorare la comunicazione con i paesi terzi proprio al fine di ottimizzare questa lotta.

Dopo gli attentati di Barcellona e Cambrils, de Kerchove è stato spesso menzionato dalla stampa spagnola e non solo, perché si è sentita la necessità di approfondire le dinamiche europee nella lotta al terrorismo rispetto al pur fondamentale ruolo delle sole intelligence nazionali. L’idea è che dietro i nuovi attentati che hanno insanguinato la Spagna via sia una tale rete internazionale che passa dal Belgio alla Francia alla Spagna, e che lambisce anche l’Italia, per cui sembra impossibile pensare alla lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica senza un’unità d’azione in Europa. E questo risulta estremamente chiaro nell’ultima intervista rilasciata proprio da de Kerchove a El Mundo, in cui però, oltre ai segnali di ottimismo sul coordinamento europeo, giungono segnali molto preoccupanti riguardo la minaccia del terrorismo islamico.

I segnali preoccupanti che scaturiscono dall’intervista rilasciato al quotidiano iberico sono sostanzialmente tre: il numero di jihadisti in Europa, l’incapacità di prevedere molti attentati, ma soprattutto la definizione del terrorismo islamico come di un “problema generazionale”. Secondo de Kerchove, “sembra evidente che quello che è successo a Barcellona, accadrà di nuovo”, perché è impossibile in generale fermare ogni tipo di soggetto autoradicalizzato con un coltello o con una patente.

Per il coordinatore dell’antiterrorismo Ue, quello che deve essere chiaro, e che ha ricordato recentemente anche Jonathan Evans, dell’MI-5 britannico, ci troviamo di fronte a un problema generazionale. Non è qualcosa che si ferma in pochi mesi o in pochi anni.

La lotta al terrorismo va avanti da decenni, e ogni settimana si smantellano cellule jihadiste in Europa. Se si pensa alla Spagna, nel 2015 sono stati arresti 75 jihadisti, nel 2016, 69 e soltanto nei primi otto mesi del 2017, 51 persone. Il problema è che adesso ci si trova di fronte a un numero impressionante di potenziali terroristi e di estremisti islamici che è difficile colpire in particolare perché sono in apparenza totalmente avulsi dall’archetipo del terrorista. Gli attentati di Barcellona, per esempio, segnalano come i ragazzi che hanno compiuto la strage, fino a pochi mesi prima dell’attacco erano perfettamente integrati nella società e nelle ultime settimane, pur cambiando degli atteggiamenti, non avevano in alcun modo insospettito le autorità locali di pubblica sicurezza né dato modo all’intelligence di attivarsi.

A questo problema di dissimulazione e di semi-integrazione che rendono difficile ed estremamente complesso il lavoro dell’antiterrorismo, si aggiungono poi i numeri, ormai spaventosi, degli islamici radicali e di coloro che condividono i valori dello jihadismo in Europa. Per de Kerchove ci sono circa 50mila islamisti in tutto il continente europeo.

I dati segnalano come in Regno Unito vi siano già almeno 20mila fondamentalisti, in Francia 17mila, in Spagna 5mila, e in altri Paesi come il Belgio e i Paesi scandinavi la situazione non migliora troppo. Inoltre, a questi jihadisti di casa, si aggiunge la lista dei foreign fighters partiti per la Siria e l’Iraq ed ora già di ritorno dopo la sconfitta del Califfato. Più di un migliaio di terroristi è rientrato in Europa, e rappresentano un pericolo gravissimo per la sicurezza dei cittadini europei.

De Kerchove ha puntato il dito anche sulla cyber-sicurezza, per ora un tema tralasciato dal terrorismo islamico, che si è occupato di colpire i cittadini europei con bombe, accoltellamenti e usando i camion come strumento di morte. Nel futuro, il rischio di un utilizzo di internet non solo come propaganda di idee ma anche come strumento di guerra, potrebbe diventare rilevante, e pertanto è necessario che si attuino il prima possibile politiche comunitarie di tutela della sicurezza informatica dei siti nucleari, centrali elettriche e delle infrastrutture fondamentali dei Paesi.

Perché il terrorismo islamico, a detta del coordinatore europeo, è qualcosa con cui dovremo convivere per molti anni, forse anche altri 20 o 30. Ed è necessario avviare prima di tutto una politica dell’antiterrorismo che anticipi le mosse di un nemico oscuro ma sempre più radicato nel cuore d’Europa.

Fonte: qui

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