Mamma li turchi !!! Ma chi sono davvero ?! (III parte)

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Osservando una semplice carta geografica possiamo renderci conto di come la Turchia sia circondata da popoli che nutrono per essa una certa diffidenza e persino una certa ostilità a causa di motivi storici.: greci, bulgari, armeni, curdi, siriani!
I contrasti che oggi la attanagliano sono dovuti a diversi fattori, interni ed esterni.
Stretta da una morsa oltranzista, che rischia di farla precipitare in un vuoto di instabilità politica e sociale scavato dall’integralismo religioso e dal fanatismo ultranazionalista, la Turchia di oggi è una nazione che vive momenti di agitazione particolarissimi.
Nonostante l’estrema compattezza etnica che la caratterizza in gran parte dell’Anatolia, al suo interno mostra diverse tensioni sociali a causa del cosiddetto Kurdistan  turco.
Il Kurdistan è una nazione non indipendente, distribuita ed inglobata nel territorio di sei stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran, Azerbaijan ed in piccola parte in Armenia. Occupa circa il 30% del territorio turco nella sua parte sud-orientale (Bakure) e si estende in Siria (Rojavayê Kurdistanê) per il 10%; nell’Iraq del Nord (Başûrê Kurdistanê) per il 17%; e nell’Iran Occidentale (Rojhilatê Kurdistanê) per il 7%.
In Siria, in Iran e in Azerbaijan non crea quella continuità territoriale che lo caratterizza invece in Iraq e in Turchia.
Il confine tra Turchia e Siria segue una linea quasi  retta che va da ovest verso est, per 911 km; di questi 511 km verranno chiusi da uno speciale muro voluto da Erdogan, che servirà ad evitare gli sconfinamenti dei profughi siriani verso le città curde dell’Anatolia Meridionale.
In realtà questo lunghissimo serpentone fatto di cemento e di reticolati, intervallato da fortini dove spuntano con regolarità nidi di mitragliatrici a guardia dei bastioni, serve a spezzare la continuità territoriale tra il Kurdistan turco e quello siriano. Tra casupole diroccate e tra i villaggi in rovina, ci si accorge di essere nella terra dei curdi, perché ogni tanto emergono inquietanti scritte governative a ricordare che si è ancora nelle terre di Ankara: “La Turchia è qui”!
I curdi sono un popolo appartenente alla famiglia linguistica dei popoli indoeuropei e pertanto, escludendo il dato religioso, non hanno nulla in comune né con i turchi, né con gli arabi.
Va comunque detto e precisato che i curdi in misura minoritaria sono anche costituiti da cristiani e yazidi. In Turchia sono per lo più aleviti, cioè seguaci di un Islam non ortodosso e abbastanza sui generis.
Il Kurdistan pur essendo in larga parte abitato da musulmani-sunniti rappresenta un altro caso di nazione senza stato. Rivendica con orgoglio la propria indipendenza e da tempo i suoi gruppi e le sue organizzazioni terroristiche (ritenute tali dalla comunità internazionale) combattono una sanguinosa guerra di liberazione contro Ankara, portata avanti quasi esclusivamente con gli strumenti dello stragismo. Si tratta di un terrorismo indipendentista, che non va confuso con l’integralismo religioso.
In questo complicatissimo scenario aggravato dai tristi risvolti della guerra siriana, va sottolineato l’enorme groviglio dei singoli interessi delle varie fazioni curde, che dipinge un quadro generale alquanto complesso e privo persino di logicità! L’unità curda, infatti, negli ultimi decenni è stata scossa dalla mancanza di una comune prospettiva irredentista.
Molti gruppi curdi tra loro ideologicamente rivali, hanno contribuito ad un multi frazionamento generale che ha portato ad una eccessiva disintegrazione comunitaria e che alla fine ha minato l’intero progetto pan-curdo di un Kurdistan pienamente libero, indipendente ed unito.

Il 2016 per la Turchia di Erdogan è stato un anno davvero orribile:
104 attentati con oltre cinquecento morti e quasi duemila feriti; 14 azioni rivendicate dal Daesh delle quali tre con attacchi suicidi che hanno causato un alto numero di vittime soprattutto tra gli stranieri e i turisti; un colpo di Stato non riuscito che ha destabilizzato l’apparente armonia istituzionale distrutta da una goffa azione militare che non aveva il pieno appoggio di tutti gli apparati militari.
Le conseguenze del fallito putsch sono state un insieme di durissime azioni repressive e ritorsive contro tutte quelle intelligenze golpiste anti-governative, che sino a metà luglio avevano il controllo di diversi settori della società turca. Parliamo di magistrati, militari, giornalisti ed esponenti della ricerca scientifica: tutti epurati e ridotti al silenzio.
Il fallimento del piano eversivo ha catapultato violentemente la Turchia verso una dittatura monocratica, in cui adesso esiste un solo despota che si erge a difensore necessario della patria e a nuovo garante della Costituzione, pronta però ad essere modificata unilateralmente in senso favorevole ai suoi diktat. Ad aprile ci sarà un referendum che estenderà i suoi poteri sino al 2029. Il sistema semipresidenziale turco è di fatto diventato un presidenzialismo assoluto.
Il duemilasedici inoltre si è chiuso con l’uccisione del diplomatico russo, Andrej Karlov, in occasione di una mostra di arte moderna ad Ankara, per  mano di un giovane poliziotto vicino agli ambienti dell’ Organizzazione del Terrore Gülenista. Tuttavia di questo non esiste ancora alcuna certezza. Ma non era comunque la fine, perchè la Strage di San Silvestro al night club Reina di Istanbul, ad opera dell’uzbeko Abdulkadhir Marsharipov, avrebbe chiuso “l’annus  horribilis” della Turchia con un nuovo bagno di sangue.

Erdogan ed il suo panturchismo!

Le misure che il Sultano sta adottando per far sì che la sua nazione diventi uno “stato moderno ed europeo pur rimanendo opportunamente ed oculatamente antico” e per garantirle il mantenimento dell’attuale e ferreo ordine marziale (che serve a  proteggerla da tante presunte minacce, quali l’influenza russa in Siria o quella sciita iraniana nell’intera area) sembrano più provvedimenti da stato dispotico, che da nazione a vocazione “europeista”.
La sua voglia di riscattare la Sublime Porta dalle umiliazioni atlantiste che l’hanno posta per tanti decenni in un piano subalterno e di eccessiva sudditanza militare alla NATO, si combina e si mescola con l’esagerata ossessione per il mantenimento dell’integrità territoriale, messa a repentaglio dalla costante minaccia dell’indipendentismo curdo, e dai tanti vari “ismi” che potrebbero comprimere eccessivamente la società turca tra due poli opposti, rappresentati dal laicismo e dal nuovo confessionalismo islamico.
Tutti questi fattori hanno creato una miscellanea di cause centrifuganti che hanno contribuito a spingerla “schizzofrenicamente”  in direzioni opposte e spesso antitetiche, e verso strade pericolosamente autodistruttive.

Ricordiamo a tutti, che nell’aprile 2015 Erdogan ha apertamente condannato le affermazioni di Papa Francesco riguardo al riconoscimento del Genocidio Armeno del 1915-16 (mai riconosciuto da Ankara) e lo ha fatto esattamente con queste parole:
“Avverto il Papa di non ripetere questo errore, e lo condanno”[…]” pensavo che fosse un politico diverso…ma le sue parole mostrano una mentalità diversa da quella di un leader religioso”. (da Hurriyet  Online).
Oggi Erdogan si scaglia contro i Paesi Bassi accusandoli di praticare ancora il nazismo, come disse qualche settimana fa della Germania, (accusata a  sua volta di proteggere terroristi e/o golpisti). Questo è accaduto a seguito del diniego mostrato dal governo dell’Aja al suo Ministro degli Esteri Cavusolglu  di poter fare proselitismo politico in territorio olandese.
Il Sultano a questo punto ha iniziato ad accusare  i Paesi Bassi di essere addirittura co-responsabili della Strage di Srebrenica del 1995, durante la guerra di Bosnia, nella quale furono barbaramente uccisi più di 8.000 civili bosniaci-musulmani da parte delle forze serbe nella totale passività dei caschi blu olandesi, dislocati nei luoghi dlel’eccidio.
Nella ricostruzione dei fatti storici potrebbe avere anche ragione, se non fosse che questo suo richiamo alla guerra di Jugoslavija è da considerarsi assolutamente strumentale e finalizzato a tutt’altro.
In ogni caso il 2 giugno 2016 la Germania ha riconosciuto il Genocidio del 1915, e questo è stato un inatteso e duro colpo alla leadership del Sultano, che del negazionismo ne ha fatto da sempre un cavallo di battaglia.
La sua paura è  che la distratta Europa, svegliandosi, possa finalmente riconoscere unanimemente “il Grande Genocidio degli Armeni” come ha già fatto Berlino.

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