GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE? E’ LA RISPOSTA ALL’INCONTESTABILE VITTORIA MILITARE E POLITICA DI PUTIN IN SIRIA

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Il clamore non si placa. La decisione del presidente Usa Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme continua a tenere banco per i suoi risvolti provocatori, a cui sono seguite interpretazioni e deduzioni spesso monodirezionali.

Tutto ruota intorno all’idea che finita (quasi) la guerra in Siria con l’ormai indiscutibile vittoria di Assad, il fronte pro sunnita abbia bisogno di un nuovo focolaio di crisi e insorgenza, così da evitare una stabilizzazione dell’area sotto l’egida del deus ex machina Iran e della sua alleata Mosca.

L’interpretazione è difficile da confutare, ma probabilmente non esaustiva.

Se pensiamo a Trump come lo sceriffo in stile Bush, pronto a scaricare bombe e tensione là dove capiti, il discorso fila: gli Usa cercano di riprendersi dalla brutta figura in Siria e facendo pressione sul mondo arabo e sui palestinesi in particolare, provano a rilanciare il ruolo di una malconcia Arabia Saudita, potenziale mediatore di futuri accordi fra Stato ebraico e Palestina.

L’argomento reggerebbe soprattutto se si continuasse a considerare Trump come un decisore estemporaneo, ostaggio di umori oscillanti, diversi a seconda del tempo e delle stagioni.

In realtà il presidente Usa dispone di una coperta corta e deve gestire con estrema cautela i disequilibri lasciati in eredità dall’era Obama, non più supportati da un mandato presidenziale ad essi coerente.

Per chiarire basta pensare al controverso attacco missilistico in Siria del 7 aprile, con cui Trump ha fatto intendere il ritornello che avrebbe caratterizzato il suo mandato: una cosa sono gli accordi strategici con la Russia stipulati sotto banco; altra sono le mosse di facciata, necessarie per cautelarsi dagli attacchi di chi lo vuole asservito alla causa russa ed eccessivamente sensibile al carisma di Putin.

Con questa premessa, la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, assume un valore diverso.

Proprio nel giorno in cui Washington dichiara l’azzardo, Putin a seguito di una visita lampo in Siria, annuncia il ritiro delle truppe russe dal Paese arabo. Il cerchio si chiude: da una parte i russi annunciano l’incontestabile vittoria militare e politica in Siria; dall’altra viene posta da Washington l’ultima e più delicata tessera del mosaico mediorientale, cioè la soddisfazione, per quanto simbolica, di Israele.

Nel settembre del 2015, con l’intervento russo in Siria già in corso, Netanyahu aveva immaginato un piano strategico direttamente con Mosca, scavalcando l’infido Obama (che gli aveva remato contro alle elezioni politiche del marzo 2015, sponsorizzando i laburisti di Herzog, ndr).

In sostanza Israele chiedeva garanzie in cambio della permanenza al potere d Assad e in particolare la messa sotto controllo di Hezbollah e delle milizie oltranziste sciite filoiraniane, uniche vere nemiche dello Stato ebraico.

Nonostante l’impegno di Mosca, le evoluzioni della guerra in Siria non hanno soddisfatto Israele. L’ossessione per il nuovo asse sciita sorto fra Libano e Iran (via Damasco e Baghdad) unito al peggioramento dei rapporti con la Turchia e al riposizionamento dell’Egitto, hanno messo in agitazione Tel Aviv, sempre più bisognosa di un segnale forte dagli alleati storici.

Niente di meglio che l’annuncio di Trump su Gerusalemme, pensato da tempo e capitato giusto nel momento della quadratura del cerchio.

Ben oltre la provocazione, l’azzardo del presidente Usa rientra in una logica calcolata, che comporta rischi reali ma punta al tempo stesso su risultati immediati. Facendo i conti, Trump, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele ottiene:

  • il rafforzamento dell’alleanza con lo Stato ebraico, che rassicura una lobby necessaria e sempre decisiva negli equilibri della politica americana;
  • rassicura Israele, come già detto turbato oltre le aspettative dalla deriva sciita e dall’aumentato potere dell’Iran seguito alla vittoria di Assad in Siria;
  • allontana i gossip sulle sue posizioni filorusse soprattutto in virtù delle dichiarazioni ufficiali di Putin seguite all’annuncio;

A questo proposito, è abbastanza probabile che nel fugace incontro di novembre a Danang in Vietnam, Putin e Trump si siano capiti su quella che sarebbe stata la prossima mossa americana in Medio Oriente. Stando all’intesa galeotta e clandestina di cui tanto si vocifera, potrebbe essere bastato un cenno.

Il gesto di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale, in effetti, non fa altro che portare acqua al mulino del presidente russo, ormai conclamato demiurgo dei nuovi assetti in Medio Oriente e a questo punto protagonista di un vero trionfo diplomatico.

La mossa di Washington in prospettive concrete comporta:

  • un ulteriore allontanamento degli USA dall’Unione Europea, ben contenta di trovare un’occasione per contraddire il tycoon newyorchese;
  • una vittoria simbolica per Israele, che al di là delle dichiarazioni ufficiali di Putin, conviene anche alla Russia, quanto meno per scongiurare iniziative unilaterali di Netanyahu in Siria in grado di compromettere i risultati ottenuti dai russi in due anni di guerra;
  • il consolidamento dell’antistorico asse fra Russia e Turchia, da considerare forse il più grande colpo dell’era Putin. Le dichiarazioni bollenti di Erdogan su Gerusalemme capitale gelano i già raffreddati rapporti fra Ankara e Tel Aviv e assestano un altro colpo all’attuale debole feeling fra America e Turchia;
  • un rialzo della temperatura nel mondo arabo, sempre più orientato a rinverdire gli storici legami con Mosca;
  • un credito enorme per il presidente russo, che mentre agli occhi dell’opinione pubblica mondiale appare come uomo di mediazione e di pace, lascia recitare il ruolo del provocatore guerrafondaio al presidente americano.

Putin incassa anche l’imbarazzo delle cerchie progressiste legate all’establishment europeista, che al cospetto dell’ennesima “trumpata” sono costrette a mettere in secondo piano le riserve ideologiche su di lui e sul suo sistema di potere. Le dichiarazioni abuliche della Mogherini, responsabile di un’inesistente politica estera europea, non fanno altro che confermarlo indirettamente.

In concreto, la mossa di Trump su Gerusalemme capitale non sortirà effetti concreti e non cambierà gli equilibri, rinnovati dai risvolti della guerra siriana. Il clamore probabilmente continuerà e avrà un’eco lunga, ma appare sempre più chiaro che i frutti della lungimiranza di Mosca e degli errori fatti da Washington negli ultimi quindici anni di politica mediorientale siano ormai maturi.

Fonte: qui

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